Nel jihad è scoppiata la resa dei conti contro gli ideologi di al Qaida

Come succede sempre davanti a un fallimento esistenziale, anche per al Qaida è il momento del processo interno, dei “ve l’avevamo detto prima” e dei “state sbagliando tutto”.
24 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 05:32 | 20 AGO 20
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Dal Foglio del 27 maggio 2008
Baghdad. Come succede sempre davanti a un fallimento esistenziale, anche per al Qaida è il momento del processo interno, dei “ve l’avevamo detto prima” e dei “state sbagliando tutto”. Nello stesso giorno in cui i dati dall’Iraq dicono che il livello di violenza non è mai stato così basso dal marzo 2004, la rivista americana New Republic pubblica un pezzo firmato da Peter Bergen e Paul Cruickshank sulla rivolta anti Osama bin Laden all’interno del jihad mondiale. Bergen è il primo ad aver intervistato il capo di al Qaida undici anni fa, nel 1997. Cruickshank, uno storico di Cambridge, lavora come giornalista per Cnn sugli estremisti che operano nell’ombra in Europa. Hanno trovato e intervistato pezzi da novanta dell’ideologia e della guerriglia islamica che organizza e ispira aderenti in tutto il mondo.
Uno è Noman Benotman. Figlio di una famiglia aristocratica emarginata da Gheddafi, Benotman è stato il capo del fronte libico dei terroristi contro il governo di Tripoli. Nel 2000 è andato in Afghanistan, 17 ore di strada sterrata nel sud del paese per arrivare a un grande raduno convocato da Osama bin Laden. Piatti di agnello arrosto, riso, cuscini, e tutti i capi delle organizzazioni militanti del mondo arabo assieme per discutere la rivoluzione islamista contro gli Stati Uniti. Il loro schema è semplice. Il nemico numero uno sono i regimi arabi corrotti che impediscono il ritorno sulla terra del Califfato e il realizzarsi della vera fede prescritta da Dio. La sola forza che tiene in piedi i regimi davanti all’impeto dei volontari islamisti è l’intesa con gli Stati Uniti e i loro alleati. Quindi: attaccare gli Stati Uniti, in patria e dovunque, isolarli dagli alleati, aspettare che il supporto popolare ai governi arabi si afflosci e tutto il sistema filoccidentale crolli su se stesso. Benotman – che ancora oggi si dichiara dalla parte della guerriglia irachena e afghana – sorprende i suoi ospiti con previsioni nerissime. “Succederà quello che è successo in Algeria e in Egitto – dice, riferendosi alla guerra civile algerina degli anni Novanta, che ha fatto più di centomila morti, e al movimento egiziano che assassinò Sadat – non riusciremo a mobilitare la gente e passeremo da un disastro all’altro”. Il capo del jihad libico ricorda che Bin Laden tentò di tranquillizzarlo con una promessa: “Ancora un grande attacco – un’allusione all’11 settembre – ormai non posso annullare l’operazione perché i miei si demoralizzerebbero”.
Lo scorso novembre Benotman ha scritto una lettera aperta a Zawahiri, non notata dai media occidentali ma che fece scalpore sulla stampa araba. Notò che il jihad è degenerato in mera tattica terroristica e violenta, che uccide innocenti, donne e bambini compresi, e che rappresenta soltanto l’impotenza, la rabbia, la frustrazione e il narcisismo dei suoi sostenitori. “Vi ripeto adesso le stesse cose che vi dicevo sette anni fa: il jihad così è un fallimento, richiamate tutte le operazioni in corso nei paesi arabi e dentro quelli occidentali”. Da Londra Benotman è andato a ripetere le stesse cose ai leader del suo movimento in carcere a Tripoli, con un jet privato garantito dai suoi ex acerrimi nemici del governo libico. E’ stato accolto con favore. Lui assicura che tra un paio di mesi il fronte libico, che si è unito ad al Qaida (la Libia fornisce il terzo numero di attentatori suicidi in Iraq) dichiarerà pubblicamente la rottura dell’alleanza.

L’amarezza dell’ispiratore
Il secondo rintracciato da Bergen è uno dei grandi eroi di Bin Laden, lo sceicco saudita Salman al Oudah, il padre del Sahwa, vale a dire del Risveglio, il movimento che negli anni Ottanta invocava la riscossa del fondamentalismo in Arabia. Sono i sermoni di Oudah contro la presenza delle basi americane nella penisola araba ad aver ispirato il fondatore di al Qaida e la sua incarcerazione nel 1994 è tra i motivi-detonatore che hanno scatenato i primi attacchi antiamericani. Lo sceicco è pure uno dei 26 religiosi sauditi che nel 2004 ha chiesto agli iracheni con una fatwa di combattere “gli occupanti”. Proprio perché è così vicino ad al Qaida ed è così carismatico, oggi le sue posizioni fanno così male al network. Oudah azzera le speranze di Osama e dei suoi – che hanno ammazzato molti più musulmani che infedeli – di essere l’avanguardia del risveglio del mondo islamico. “Quanto sangue hai versato, fratello? Quanta gente innocente, vecchi, donne e bambini sono stati ammazzati in nome di al Qaida? Sarai felice al cospetto di Dio con tutti queste centinaia di migliaia o milioni di morti sulle spalle?”. Oggi Sahwa, il Risveglio, è il nome dei volontari iracheni anti al Qaida. Quello di Oudah è un altro colpo durissimo, dopo il trattato scritto da Sayyd Imam Sharif, l’amico chirurgo che per primo portò Zawahiri in Pakistan – allora nelle università egiziane l’estremismo aveva appena soppiantato il marxismo come ideologia sovversiva – e che oggi smonta, con dottrina, i suoi proclami.